L’ACQUA DEGLI SPRECHI E GLI SPRECHI DELL’ACQUA… con questo gioco di parole vogliamo evidenziare le due ragioni per cui affrontiamo il tema dell’acqua.
- La prima è che sprecare cibo significa sprecare l’acqua utilizzata per produrlo e conoscere la quantità d’acqua “invisibile” contenuta nel cibo che gettiamo può indurci a non gettarlo.
Se tutti sapessero, ad esempio, che per produrre un chilo di carne di manzo occorrono circa 15.000 litri d’acqua, molti si impegnerebbero a non gettare la carne avanzata e la riutilizzerebbero per cucinare polpette, polpettoni, agnolotti o qualunque altro piatto da inventare con quegli avanzi.
- La seconda ragione è che non ha senso preoccuparsi di chiudere l’acqua del rubinetto quando ci spazzoliamo i denti (con un risparmio di pochi litri d’acqua) ed essere invece indifferenti rispetto alle enormi variazioni di consumo d’acqua (migliaia di litri al giorno) che le nostre scelte alimentari comportano.
Proseguendo nell’esempio di prima, conoscere il sorprendente dato dell’acqua “virtuale” contenuta in un chilo di carne potrebbe indurre alcuni a mangiarne meno e altri a non mangiarne affatto.
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Indice
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| Rendere sostenibile il modo di rapportarsi al cibo significa non solo combattere gli sprechi, ma anche scegliere una dieta che comporti un prelievo di risorse idriche compatibile con la loro declinante disponibilità. |
Nei più recenti report annuali del World Economic Forum la crisi idrica compare, nella classifica dei global risk, sempre ai primi posti sia in termini di probabilità del suo verificarsi che di severità degli effetti che ne potrebbero derivare.
Questa previsione è stata di recente avvalorata da due dei maggiori esperti mondiali di sistemi idrologici (Mekonnen e Hoekstra) in uno studio da cui risulta che la scarsità d’acqua è un problema ampiamente sottovalutato perché già oggi sarebbero ben 4 miliardi le persone che, per almeno un mese all’anno, soffrono di mancanza d’acqua, mentre 1,8 miliardi devono fare i conti con la siccità per almeno sei mesi l’anno.
La domanda che ci si deve allora porre è perché oggi (e ancor più domani) inizia a mancare l’acqua in sempre più estese zone del mondo quando il ciclo idrologico dovrebbe garantire sul pianeta un bilancio idrico in equilibrio (fra acqua in uscita ed in entrata)?

Immagine tratta da “Storie di acqua” – © Sanpellegrino 2016
La risposta è duplice:
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[item title=”Cresce la domanda di acqua”]
La crescita demografica ed economica comporta un “sovraconsumo” di acqua tale da impedire la ricostituzione delle riserve idriche (livello delle falde acquifere, portata dei fiumi, ecc.).
Tra le cause che influiscono sulla crescita della domanda di acqua a livello mondiale, un ruolo determinante è giocato dalla dinamica demografica. Le stime indicano che la popolazione globale aumenterà fino a oltre 8,5 miliardi di persone nel 2030 e raggiungerà quasi 10 miliardi nel 2050.
Ciò richiederà un aumento del consumo di acqua di almeno il 20%, a fronte di una maggiore richiesta di cibo (che potrà sfiorare il +50% nel 2030 e +70% nel 2050).
Altra causa è lo sviluppo economico. Il miglioramento delle condizioni sociali e di vita della popolazione che vive nei paesi emergenti si accompagna al cambiamento delle abitudini alimentari e alla crescita delle calorie consumate (basti pensare che negli ultimi vent’anni il consumo di carne in Cina è più che raddoppiato e che entro il 2030 raddoppierà nuovamente). Ciò determina un incremento delle risorse idriche prelevate, considerando che la produzione di carne, latte, zucchero e oli vegetali richiede l’utilizzo di una maggiore quantità d’acqua rispetto alla produzione di cereali.
Se si considera che già oggi le tante aree caratterizzate da un tasso di prelievo delle risorse idriche disponibili superiore al 20% sono considerate a rischio, lo scenario previsto per i prossimi anni appare, senza interventi correttivi, drammatico.
Immagine tratta da “Eating Planet” di Barilla CFN

Inoltre lo sviluppo economico comporta una pressione crescente sulle risorse idriche disponibili anche sotto il profilo della crescente domanda globale di energia che ad esso si accompagna.
Facendo riferimento in particolare all’energia idroelettrica ed a quella prodotta da biomasse se ne prevede l’incremento al 2030 rispettivamente del 60% e del 30% sui valori attuali.
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[item title=”Diminuisce la disponibilità di acqua”]
Inquinamento e cambiamento climatico concorrono a ridurne la possibilità di utilizzo.
La principale causa della riduzione della disponibilità di acqua è l’inquinamento che minaccia la qualità delle risorse idriche.
Alcuni dati chiariscono le dimensioni del fenomeno: si stima che ogni giorno due milioni di tonnellate di rifiuti generati dalle attività dell’uomo siano riversati nei corsi d’acqua. Il contributo del settore alimentare alla produzione di sostanze inquinanti per l’acqua raggiunge il 40% nei paesi sviluppati e addirittura il 54% in quelli in via di sviluppo. In questi ultimi si aggiunge il fatto che il 70% dei rifiuti industriali viene scaricato nei corsi d’acqua senza subire alcun trattamento di depurazione, contribuendo così ad inquinare parte delle risorse idriche di acqua dolce disponibili.
Un altro fattore che inizia ad incidere in misura rilevante sulla disponibilità delle risorse idriche è il cambiamento climatico.
Vi è ormai un largo consenso in merito ai suoi effetti sull’acqua e sulla sua disponibilità: le proiezioni mostrano una generale riduzione delle precipitazioni nelle zone semi-aride, un loro incremento nelle zone temperate, una maggiore variabilità nella distribuzione delle piogge, una maggiore frequenza di eventi estremi e un aumento generalizzato della temperatura.
In particolare si prevede una forte riduzione del deflusso superficiale dei fiumi e della rialimentazione delle falde acquifere nell’intero bacino del Mediterraneo. A ciò si devono aggiungere la salinizzazione delle falde acquifere costiere dovuta all’innalzamento del livello dei mari e la minore capacità di assorbimento del suolo a fronte delle sempre più frequenti precipitazioni caratterizzate da forte intensità.
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[item title=”Ma in Italia quanta acqua abbiamo?“]
L’Italia è un Paese complessivamente ricco d’acqua (soprattutto al Nord) ma è anche un Paese che consuma enormi quantità d’acqua (di molto superiori alla media UE) sia in termini di impronta idrica complessiva che di consumo individuale.
Fenomeni gravi di stress idrico si sono manifestati, di recente, anche nel bacino del Po, il più grave dei quali (anno 2003) determinò interruzioni nell’erogazione dell’energia elettrica per l’impossibilità della più importante centrale elettrica italiana (quella di Porto Tolle in provincia di Rovigo) di attingere dal Po l’acqua necessaria per il raffreddamento degli impianti.
Le prospettive non sono incoraggianti dal momento che il global warming determinerà trend climatici sfavorevoli (aumenti di temperatura e diminuzione di precipitazioni secondo CMCC – Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici) mentre dinamiche plausibili di natalità/mortalità e immigrazione comporteranno, secondo l’ISTAT, un aumento demografico e dunque una crescita della domanda d’acqua.
L’insieme di questi e altri fattori ha fatto sì che WRI (World Resources Institute di Washington) collochi l’Italia fra i paesi esposti nel medio periodo (2040) al rischio di grave (high) stress idrico.
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“L’impronta idrica di un prodotto è il volume d’acqua dolce utilizzato per produrlo, misurata lungo le diverse fasi della sua filiera”.
Il concetto di impronta idrica è un indicatore di uso dell’acqua nei beni di consumo. Il concetto è analogo a quello di impronta ecologica e di impronta di carbonio ma, anziché al consumo di suolo e all’uso di energia fossile, si riferisce all’acqua.
Al contrario del nostro senso comune, l’acqua tuttavia non è tutta uguale. Sono tre le tipologie di acqua coinvolte nella produzione di beni agroalimentari (e non) e che rientrano nel calcolo dell’impronta idrica.
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I colori dell’acqua
L’acqua blu è quella dei laghi, dei fiumi e delle falde sotterranee. Può derivare da fonti rinnovabili che si ricaricano con le precipitazioni e lo scioglimento delle nevi o può essere estratta dalle falde acquifere fossili non rinnovabili. E’ di facile accesso e trasporto e può essere misurata, contenuta in dighe, conservata, pompata nelle reti idriche per soddisfare i bisogni di diversi settori (agricolo, industriale e domestico). A livello mondiale il 70% di quest’acqua è destinata all’irrigazione (FAO – AQUASTAT), ma in alcuni paesi, anche molto aridi (come nel Medio Oriente o in Nord Africa) questo utilizzo arriva a superare il 90% del consumo totale d’acqua.
L’acqua verde è l’acqua piovana o nevosa che non diventa acqua blu in quanto evapora o viene traspirata attraverso le piante. Viene pressochè esclusivamente utilizzata in agricoltura e ne soddisfa il fabbisogno per una quota dell’84%.
L’acqua grigia è l’acqua “inquinata”, utilizzata per diluire gli agenti inquinanti del processo produttivo e non più riutilizzabile. Non è quindi una fonte di acqua per l’uso umano. |
L’impronta idrica di un prodotto è un concetto geograficamente sensibile ed esplicito, è cioè in grado di misurare il consumo d’acqua occorrente per produrre un bene nelle diverse aree geografiche. Per uno stesso prodotto alimentare l’impronta idrica infatti varia notevolmente da luogo a luogo dipendendo da fattori quali il clima, le tecniche agricole adottate, la resa dei raccolti, l’abbondante disponibilità d’acqua piovana ovvero la necessità di ricorrere a quella irrigua, ecc.
La sostenibilità del prelievo idrico necessario per produrre un alimento è, a sua volta, assai diversa a seconda di dove e come viene prodotto, perché può non soltanto variare la quantità d’acqua occorrente per produrlo ma anche la “qualità” dell’acqua utilizzata (se blu o verde) e la possibilità che essa sia sottratta (in una situazione di scarsa disponibilità complessiva) ad utilizzi prioritari (in particolare all’uso domestico).
L’esempio dell’arancia (i litri si riferiscono ad un’arancia di circa 200 grammi)
| Tipo di acqua | Italia | Marocco | Spagna |
| verde | litri 56,8 | litri 44,4 | litri 44,6 |
| blu | litri 8,2 | litri 59 | litri 32 |
| grigia | litri 9,8 | litri 7 | litri 11 |
| Totale | 74,8 | 110,4 | 87,6 |
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[item title=”Verso un nuovo colonialismo idrico?”]
L’analisi dei volumi del consumo d’acqua destinato all’agricoltura (80-90% dell’acqua complessivamente impiegata per soddisfare i bisogni dell’uomo) e dei flussi di acqua virtuale generati dai vorticosi scambi commerciali di prodotti alimentari consente di svelare un mercato di enormi dimensioni rimasto finora occulto: quello dell’acqua che viene (invisibilmente) trasferita dalle aree di produzione del cibo verso le regioni importatrici.
Seguendo la dottrina “mercatistica” (secondo la quale il mercato è in grado di autoregolarsi) ciò dovrebbe comportare una più efficiente allocazione della produzione di alimenti ad alta impronta idrica nei paesi più ricchi d’acqua che li esporterebbero verso paesi con minore disponibilità idrica che così, a loro volta, avrebbero la possibilità di utilizzare le proprie dotazioni idriche in maniera alternativa.
In realtà non è sempre così, il caso dell’Italia dimostra infatti proprio il contrario.
Il nostro Paese è uno dei primi al mondo per importazione netta (import –export) di acqua virtuale ed è curioso, in particolare, notare come il bilancio idrico nei confronti del continente africano sia in forte passivo nonostante le limitate disponibilità idriche che caratterizzano quel continente. La spiegazione sta nel fatto che il costo dell’acqua rappresenta solo una piccola parte dei costi di produzione e che l’acqua non viene normalmente scambiata a prezzi di mercato.
Prendiamo ad esempio i fagiolini coltivati in Kenya che vengono importati in Italia perché concorrenziali con i nostri. Tra le componenti di costo che concorrono a formare il prezzo occorrente per produrli l’acqua ha un ruolo insignificante anche se è stata sottratta (nel contesto di scarsità di risorse idriche di quel paese) ad usi domestici, compromettendo così la water security di quella popolazione.

© UNESCO/Nairobi Office, A member of the refugee community at the Kakuka refugee camp watering his vegetables.
Il sovrasfruttamento di risorse idriche in contesti fragili dal punto di vista socioeconomico e ambientale è una “esternalità” di cui il paese importatore si disinteressa e che pone a carico di quello esportatore, dando così luogo ad una sorta di “colonialismo idrico”, cioè a una forma di dominazione e sfruttamento nell’uso dell’acqua da parte dei paesi ricchi a danno dei più poveri.
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Il concetto di acqua virtuale è fondamentale non solo per comprendere la nostra dipendenza da sistemi idrologici anche molto lontani da noi, ma anche per capire l’impatto che le nostre vite, le nostre attività e scelte quotidiane hanno su di essi.
Innanzitutto occorre aver un’idea di quale sia la nostra impronta idrica e da cosa dipenda.
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[item title=”Consumi alimentari“]
Le abitudini alimentari influenzano in maniera sostanziale l’impronta idrica delle persone.
Per renderci conto delle differenze, Barilla CFN ha elaborato due menù giornalieri, entrambi equilibrati dal punto di vista nutrizionale, per i quali sono stati calcolati gli impatti in termini di consumo d’acqua. Il primo menù prevede una dieta più ricca di proteine vegetali e pochi grassi di origine animale; il secondo invece è basato su un consumo, seppur modesto, di carne rossa.
Confrontando l’impatto dei due menù in termini di impronta idrica, si evince chiaramente come l’inserimento, per quanto contenuto, nel menù di prodotti di allevamento, come latte e carne, comporti un aumento di circa 2 volte del consumo di risorse idriche.

Fonte “Eating Planet” BCFN
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[item title=”Allevamenti intensivi o al pascolo: come cambia l’impronta idrica“]
L’impronta idrica di un prodotto animale è determinata da due principali fattori:
- il primo è l’efficienza di conversione degli alimenti, che misura l’ammontare di cibo necessario a produrre una data quantità di carne, uova o latte. Al pascolo gli animali possono muoversi di più e quindi impiegano più tempo a raggiungere il peso ottimale per la macellazione, hanno quindi un peggiore coefficiente di conversione del cibo in carne. Per questo motivo l’efficienza della conversione del nutrimento in carne migliora passando dal pascolo a sistemi misti fino a quelli di allevamento industriale, che sotto questo aspetto presentano impronte idriche più ridotte;
- il secondo fattore è la composizione del cibo di cui gli animali si nutrono nei diversi sistemi e funziona esattamente in senso opposto, risultando a favore dei sistemi di allevamento al pascolo. Quando la quantità di alimenti concentrati nella dieta animale aumenta, l’impronta idrica aumenta altrettanto dal momento che i mangimi concentrati hanno un’impronta idrica più rilevante, mentre quella di erba, foraggio o residui delle colture è relativamente contenuta.
La crescita della percentuale di mangimi concentrati a danno della percentuale di foraggio nell’alimentazione animale nel passaggio dal pascolo, attraverso sistemi misti, all’allevamento industriale dà come risultato una minore impronta idrica nel pascolo e nei sistemi misti rispetto a quella dei sistemi industriali.
In linea generale l’impronta idrica dei mangimi concentrati è cinque volte quella dei foraggi. Dal momento che i foraggi sono prevalentemente alimentati dalla pioggia mentre le colture per l’alimentazione degli animali sono spesso irrigate e fertilizzate, le impronte idriche blu e grigia dei mangimi sono rispettivamente fino a 43 e 61 volte quelle dei foraggi.
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[item title=”L’impronta idrica in Italia“]
L’impronta idrica del consumo in Italia è di 6.300 litri al giorno pro capite, un valore 1,65 volte più alto delle media globale. Solo il 4% di tale consumo è legato agli usi domestici, e questo è in linea con il dato globale.
Circa il 96% dell’impronta idrica del consumo è quindi “invisibile” al consumatore stesso ed è la percentuale legata al consumo e all’inquinamento dell’acqua che sta dietro ai prodotti che si acquistano al supermercato o altrove.
Circa l’89% dell’impronta idrica italiana è relativa al consumo di prodotti agricoli e il 7% a quello di prodotti industriali. Quasi la metà dell’impronta idrica dei consumi in Italia ha a che fare con il consumo di prodotti di origine animale.
Quest’ultimo dato è di per sé rivelatore di quanto sia maggiore l’impronta idrica dei prodotti dell’allevamento (carne, uova, latte e derivati) rispetto a a quella dei prodotti coltivati e del fatto che gli animali da allevamento consumano, in alcuni casi per diversi anni prima di essere trasformati in prodotti alimentari, una grande quantità di prodotti coltivati come nutrimento. In effetti la frazione più ampia (98%) dell’impronta idrica dei prodotti di origine animale è riferita all’impronta idrica delle colture destinate all’alimentazione animale (l’acqua potabile per gli animali e l’acqua per gli usi “di servizio” ammontano rispettivamente al 1,1% e 0,8%).

Immagine tratta da “L’acqua che mangiamo” – Edizioni Ambiente 2013
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Il mondo ha sete perchè ha fame

“Il mondo ha sete perchè ha fame” è lo slogan scelto dalla FAO per esprimere il legame indissolubile esistente fra il consumo d’acqua e la produzione di cibo e che si attaglia altrettanto bene al nesso fra disponibilità di risorse idriche e abitudini alimentari.
Siamo infatti noi con le nostre scelte alimentari a determinare prelievi d’acqua sempre più insostenibili e se vogliamo ridurre la nostra impronta idrica la cosa migliore da fare è guardare con occhio critico a ciò che mangiamo anziché al consumo d’acqua in cucina, in bagno o in giardino.
Sprecare acqua non è mai sensato e quindi risparmiarla ogni volta che è possibile è sicuramente consigliabile, ma se pensiamo di limitarci alla riduzione dei consumi domestici non riusciremo ad avere una qualche influenza positiva sui gravi problemi idrici che affliggono il mondo.
© UN Photo/John Isaac, Women cultivating rice in Palung, Nepal
Che fare allora?
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[item title=”1) Mangiare meno carne“]
Ormai non vi è dubbio alcuno sul fatto che la crescita dell’attività zootecnica contribuisca in modo determinante al climate change, alla deforestazione e all’eccessivo sfruttamento delle risorse idriche.
- l’allevamento di animali genera, secondo la FAO, il 18% delle emissioni totali di gas serra, percentuale molto alta rispetto al 13% delle emissioni dovute ai trasporti e al 26% imputabile alla produzione di energia. Secondo il Worldwatch Institute invece l’incidenza dell’allevamento è addirittura del 51% perché occorre tenere conto, nelle valutazioni, dell’ossigeno necessario agli animali per vivere, del mancato impiego del terreno per produrre cibo per gli esseri umani o per ospitare le foreste. Il calcolo del WWI tiene anche conto dell’energia usata per cucinare la carne, per la produzione, la distribuzione e il packaging dei prodotti di origine animale e dell’energia necessaria per produrre medicinali veterinari
- in termini di impronta idrica, si calcola che in un allevamento intensivo siano necessari circa 15.500 litri d’acqua per ottenere un chilo di carne di manzo e 3.920 per un chilo di pollo
- circa 3,5 miliardi di mq terra (ossia il 70% della terra coltivabile del pianeta) sono destinati alla produzione animale. Di questi 470 milioni sono riservati alla coltivazione di cereali e leguminose per la produzione di mangimi. L’allevamento del bestiame, insieme all’industria del legname, è la causa principale della deforestazione nella regione amazzonica
se a questo si aggiunge che
- negli allevamenti intensivi si somministrano grandi quantità di antibiotici (per prevenire l’insorgere di malattie più probabili e frequenti a causa degli ambienti angusti) che noi assimiliamo favorendo quel fenomeno di progressiva resistenza dei batteri agli antibiotici che sta così tanto allarmando il mondo scientifico e le Autorità sanitarie
- negli allevamenti intensivi gli animali vengono ridotti a mere macchine, a merci, costretti in gabbie strettissime o confinati in spazi ridotti dove trascorrono una vita breve e dolorosa. Nel corso della loro esistenza, gli animali subiscono varie mutilazioni: viene spuntato loro il becco, viene mozzata loro la coda o le ali, sono spesso castrati senza anestesia, decornificati a 5-6 settimane di vita poiché lo stress prodotto dalla reclusione e dalla condanna a uno stile di vita innaturale non li induca a ferire gli altri animali
- il consumo eccessivo di carni rosse (in particolare se lavorate) fa aumentare il rischio di sviluppare molte patologie, prima fra tutte il cancro al colon retto (AIRCC – Le carni rosse fanno male alla salute?)
… qualunque persona che abbia a cuore la salute del mondo, la propria salute e il benessere degli animali dovrebbe ridurre drasticamente il consumo di carne e di prodotti di origine animale e in ogni caso privilegiare quelli che provengono da allevamenti al pascolo e tradizionali dove si consuma meno acqua, si utilizzano meno antibiotici, non si fanno soffrire gli animali ed in taluni casi si contribuisce alla conservazione ed alla cura del territorio (alpeggi alpini).
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[item title=”2) Tornare alla dieta mediterranea“]

Quando nel 2010 l’UNESCO la dichiarò “patrimonio immateriale dell’umanità”, la fortuna scientifica della dieta mediterranea era già ampiamente consolidata. Fu il fisiologo americano Ancel Keys a spiegare, per primo al mondo negli anni Settanta del secolo scorso, perché in alcune regioni la popolazione fosse più longeva.
Il segreto consisteva nel consumo equilibrato di tutti gli alimenti naturali privilegiando, per frequenza e quantità, frutta, verdura e derivati dei cereali e contemporaneamente riducendo il consumo di alimenti ricchi di grassi saturi, delle carni e dei dolciumi.
In particolare, Keys scoprì che grazie a questa dieta (da lui battezzata “mediterranea”) la mortalità per cardiopatie nei paesi del sud-europa e del nord-africa era più bassa di quella che si riscontrava nei paesi anglosassoni e del nord, dove l’alimentazione era ricca di grassi saturi. Nacque così (concepita nel 1992 da USDA – U.S. Department of Agriculture) la piramide alimentare dove alla base si trovano gli alimenti di origine vegetale, tipici delle abitudini alimentari mediterranee, ricchi di nutrienti (vitamine, sali minerali, ecc.) e di composti protettivi (fibre e composti bio-attivi). Salendo si trovano progressivamente gli alimenti a crescente densità energetica (molto presenti nella dieta nordamericana) che andrebbero consumati in minore quantità.
La piramide fu riproposta dalla FAO nel 1997 ed ha avuto, nel corso degli anni, numerosissime elaborazioni e versioni (ad esempio, quelle di WHO – World Healt Organization, di CIISCAM – Centro Interuniversitario di Ricerca sulle Culture Alimentari Mediterranee e di HSPH – Harvard T.H. Chan School of Public Health) tutte ispirate al medesimo concetto originario.
Nel 2009 il BCFN – Barilla Center for Food and Nutrition propose una importante novità con il Modello delle Doppia Piramide in cui alla classica piramide alimentare veniva affiancata quella “ambientale” capovolta nella quale gli alimenti sono stati classificati in base alla loro impronta ecologica. L’obiettivo era quello di dimostrare la stretta relazione esistente fra gli aspetti nutrizionali degli alimenti e il loro impatto ambientale ed in particolare di come sia possibile conciliare la salute della persona con la salvaguardia dell’ambiente.

Una volta appurato che la dieta mediterranea è fra i modelli nutrizionali quello che fa meglio alla salute e all’ambiente (determinando anche minori prelievi idrici) rimane da spiegare il paradosso rappresentato dal fatto che è stata progressivamente abbandonata.
E’ come se fosse emersa una frattura fra scelte e concezioni ideali e prassi quotidiane (il fast food indotto dal produttivismo).
Tuttavia si sta sempre più diffondendo fra i consumatori la convinzione che i parametri sanitari e ambientali rappresentino aspetti fondamentali nelle scelte alimentari e il ritorno ad un’autentica dieta mediterranea potrebbe corrispondere a queste aspirazioni assai più di quanto oggi (non) lo faccia la scelta (alimentare) ispirata solamente al prezzo e alla praticità.
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[item title=”3) Sprecare meno cibo“]
Lo spreco nello spreco.
Se qualunque stile di consumo alimentare può astrattamente trovare giustificazione nel momento in cui il cibo prodotto viene utilizzato per il suo fine ultimo, e cioè il consumo umano, non è in alcun modo ammissibile che delle risorse naturali come acqua, terra, energia, lavoro vengano impiegate per produrre un bene alimentare che non verrà, per diverse ragioni, consumato.
Accantonando per un attimo il giudizio morale cerchiamo di comprendere che cosa significhi, in termini di spreco d’acqua, lo spreco di cibo.
Il 30% della produzione alimentare non raggiunge la tavola, ma nel contempo noi sappiamo che il 70% delle risorse idriche viene destinato alla produzione alimentare, quindi se spreco non vi fosse o meglio se non venisse prodotto il cibo sprecato si avrebbe una maggiore disponibilità di risorse idriche per fini diversi dall’agricoltura pari al 21% del loro totale.
In realtà questo calcolo è pura astrazione perché prescinde dall’analisi del tipo di cibo sprecato (e conseguentemente dal calcolo della sua specifica impronta idrica) e dal tipo di acqua utilizzata per produrlo (e quindi dall’effettiva possibilità di un suo diverso uso) ma può essere utile per dare un approssimativo ordine di grandezza dello spreco d’acqua.
Si può in effetti affermare che la riduzione degli sprechi alimentari, insieme alla riduzione del consumo di prodotti di origine animale, sono le due opzioni più efficaci che il consumatore può esercitare per ridurre in modo significativo la propria impronta idrica. E non è affatto un caso che proprio questi due comportamenti siano stati considerati dall’IPCC – Intergovernmental Panel of Climate Change (capitolo 11 Report https://www.ipcc.ch/pdf/assessment-report/ar5/wg3/ipcc_wg3_ar5_full.pdf) i principali fattori di mitigazionie del cambiamento climatico nel comparto agroalimentare.

Sia le emissioni di gas serra che l’eccessivo prelievo di risorse idriche possono trovare rimedio modificando, senza particolare fatica e disagio, le proprie abitudini di consumo.
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[item title=”4) Comprare prodotti stagionali e a Km0“]
Se per i prodotti stagionali il principale vantaggio in termini di sostenibilità idrica è rappresentato dall’utilizzo anche di acqua meno pregiata (quella verde anziché solo quella blu utilizzata in serra), più numerosi sono quelli dei prodotti Km0: innanzitutto il prevalente uso nell’agricoltura di prossimità delle sementi tradizionali. L’agricoltura industriale utilizza sempre sementi commerciali, quella di prossimità utilizza abbastanza frequentemente sementi tradizionali), le cosiddette landraces. Quali le differenze?
Innanzitutto le sementi commerciali sono pensate per essere coltivate in qualunque terreno a patto di garantire loro gli input esterni di cui hanno bisogno (minerali, acqua, difesa da parassiti). Le sementi tradizionali invece rendono al meglio in zone geograficamente ben definite, ma in compenso sono più autonome, nel senso che si sono adattate a un certo clima, hanno sviluppato, grazie al lavoro di selezione portato avanti nel tempo dagli agricoltori, le caratteristiche migliori per dare il loro raccolto esattamente in quel clima caldo o freddo, con quella mancanza o abbondanza d’acqua, ecc.
Inoltre l’agricoltura di prossimità, a differenza di quella industriale, segue spesso pratiche agronomiche che, tra gli altri effetti positivi, riducono la necessità di irrigazione.
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[item title=”5) Privilegiare i prodotti bio“]
In agricoltura biologica non si utilizzano sostanze chimiche di sintesi (concimi, diserbanti, anticrittogamici, insetticidi, pesticidi) e dunque nell’impronta idrica di un qualsiasi prodotto “bio” non c’è quella quota (l’acqua “grigia”) legata all’inquinamento delle acque che l’impiego di prodotti chimici nell’agricoltura convenzionale invece comporta.

Poichè l’impronta idrica “grigia” dell’agricoltura italiana è stata calcolata mediamente nel 9% di quella complessiva (L’impronta idrica dell’Italia – WWF Italia 2014), mangiando prodotti bio risparmiamo quasi il dieci per cento di acqua. Non poco!
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